Prigionieri di genitori vecchissimi

16.06.2018

L'ultima volta l'ho trovata riversa su se stessa, con la testa insanguinata appoggiata sul cuscino grigio che le ho regalato io. Era in bagno. 

Dove le grandi anziane - le chiamano così ora - cadono. 

Ma non ha la badante? Certo, ma ogni tanto la povera crista deve anche andare a fare la spesa, a comprare il pane fresco e più tenero perché mia madre possa mangiare senza troppa fatica.

Non ne posso più. 

Non sopporto più di vederla rattrappirsi su se stessa ogni giorno di più, senza un domani che non sia peggio dell'oggi. «Non abbatterti, si sa che è così», mi dicono tutti. Perché la mia condizione è comune a un mondo di persone mature, prigioniere dei vecchissimi genitori. 

E io ora devo farmi carico di tutta l'organizzazione di un nuovo terribile quotidiano che dipende solo da me.

Sono figlia unica di madre vedova da 8 disgraziati anni. 

Mio padre ha avuto una bella morte, d'infarto, in un attimo. 

In cinque giorni veramente, perché l'hanno intubato, per dargli un illusorio respiro, mentre era già sulla soglia dell'aldilà. 

Senza disperazione, con un minimo di stupore negli occhi. Non se l'aspettava la morte. Quella addirittura proprio non se l'aspettava.

Che ingenua, io avevo sperato che anche mia madre potesse andarsene così.

Questa è l'ultima caduta, in ordine di tempo, dopo la rottura del femore quattro anni fa con ripresa difficile, faticosissima e per me traumatica, tanto che sono finita dalla psicologa.

Ho sempre pensato a me stessa come a una persona equilibrata, ottimista, capace di superare ansie e di affrontare conflitti e paure. Io dalla psicologa? 

Mia madre ha avuto il potere di trascinarmi verso il baratro della sua angoscia, ha avuto più forza di tutti gli eventi e gli ostacoli della mia vita.

Perché io un'esistenza mia ce l'avrei, oltre a vivere quotidianamente la morte irraggiungibile di mia madre, quella morte che lei sogna ma che sembra sempre più lontana, la psicologa è stato un regalo che mi sono fatta. Distacco, la giusta distanza. 

Gentilezza, affetto, ma mai farsi risucchiare. 

Non trascurare gli altri rapporti: marito, figli, amici. 

E qualcosa di bello, di piacevole, il più frequentemente possibile. Facile? 

La giusta distanza... vorrei sapere qual è. 

È stato più facile seguire ciò che la psicologa mi ha detto di non fare: non andare da mia madre tutti i giorni, lasciare correre le sue ansie, sorridere e non dare importanza a tutto ciò che dice, alle lamentele, agli sguardi di rimprovero, ai ricatti affettivi.

Così questa sera, ricordando quei consigli, mangio un cioccolatino mentre percorro i corridoi dell'ospedale col timore di varcare la soglia della stanza di mia madre e avvicinarmi al letto dove lei mi guarda aspettandosi da me l'impossibile.

E l'ho già fatto l'impossibile, aggirando le sue visioni, ingannando i suoi deliri. 

E mi presento con le foto della famiglia, delle vacanze, dei nipoti, le sue foto per riportarla alla realtà di una vita piena, buona, ricca.

L'ho già fatto l'impossibile cambiando terapia a una 95 enne, con i consigli e le visite di uno psico-geriatra illuminato. 

L'ho già fatto di rinunciare a viaggi e viaggetti, alle piccole fughe dal quotidiano con marito e amiche.

Sono inchiodata a questa città e alle abitudini di questa madre sempre più esigente e ormai perduta nelle sue debolezze e nelle sue fragilità non accettate.

Ma lotterò, so che lotterò, questa è la mia natura, sperando di trovare energie per poter gioire del sole che splende, dell'aria frizzante che mi percorre il viso e che mi riporta ai sorrisi e agli occhi lucenti di sguardi amici.

È mio diritto e dovere verso la vita. 

La sua lei l'ha già vissuta, anche se ora la sta solo trascinando. 

E non può portarmi con sé (ho avuto bisogno di qualcuno che me lo ricordasse, ma adesso lo so. Ho messo il guinzaglio ai miei sensi di colpa, mamma. 

Daniela Pollastri